Lupara

La lupara è un tipo di munizionamento a pallettoni per fucili a canna liscia, originariamente utilizzato in Sicilia per la caccia al lupo. Il termine, di origine siciliana, indicava in particolare una carica costituita da proiettili di dimensioni intermedie fra le palle e i pallini da caccia.[1] Nell'uso moderno, soprattutto giornalistico e letterario, lupara è passato a indicare anche il fucile da caccia, generalmente una doppietta, con le canne accorciate, associato alla tradizione venatoria siciliana e successivamente all'immaginario della criminalità mafiosa.[1]
Etimologia e significato originario
[modifica | modifica wikitesto]Il termine lupara deriva da lupu, «lupo», e il suo significato originario è legato alla caccia a questo animale.
Una delle più antiche attestazioni lessicografiche facilmente documentabili si trova nel Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina, pubblicato nel 1868. Traina registra lupara come sostantivo femminile e la definisce «sorta di munizione» da caccia, più piccola delle palle e più grossa della migliarola, utilizzata per uccidere i lupi; tra i sinonimi riporta pallini, gocciolone e lagrima.[2]
La definizione di Traina mostra che, nella terminologia siciliana ottocentesca, il vocabolo non indicava originariamente il fucile, bensì la munizione con cui il fucile veniva impiegato nella caccia al lupo, legando il termine alla pratica venatoria.[3]
L'arma
[modifica | modifica wikitesto]Con il tempo il nome della munizione è stato esteso anche all'arma che la utilizzava. Nell'uso comune italiano, soprattutto a partire dal XX secolo, con lupara si indica generalmente un fucile da caccia a canne lisce accorciate, tipicamente una doppietta a canne affiancate.
L'espressione è pertanto utilizzata anche come sinonimo, non propriamente tecnico, di fucile a canne mozze. Quest'ultimo è costituito generalmente da un fucile da caccia a canna liscia del quale sono state accorciate le canne e, in alcuni casi, modificato il calcio. Il termine non identifica quindi una specifica arma industriale o un particolare modello di fucile, ma una denominazione d'uso tradizionale.[4]
L'associazione fra la lupara e la doppietta si è progressivamente consolidata nell'uso italiano, tanto da diventare il significato più comune del termine al di fuori della terminologia dialettale e venatoria siciliana.[4]
Dalla caccia all'immaginario mafioso
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La progressiva associazione della lupara alla criminalità siciliana è legata alla rappresentazione della violenza armata nella società rurale siciliana e, successivamente, alla cronaca degli omicidi riconducibili alla mafia.
Nel corso del XIX secolo le armi da caccia a canna liscia erano comunemente impiegate anche al di fuori dell'attività venatoria. Il fucile caricato a pallettoni entrò naturalmente nell'armamentario utilizzato nelle forme di violenza e intimidazione presenti nelle campagne siciliane. Nel corso del XX secolo la lupara divenne progressivamente uno dei simboli più riconoscibili della violenza mafiosa.
L'associazione fu particolarmente rafforzata dalla stampa e dalla letteratura del secondo dopoguerra.[3] Nel 1961 Leonardo Sciascia pubblicò Il giorno della civetta, romanzo ambientato in Sicilia nel quale l'omicidio iniziale viene commesso con «due colpi a lupara». L'opera contribuì alla diffusione del vocabolo nel pubblico italiano e alla sua stretta associazione con la mafia.[5] Anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo, utilizza il termine in riferimento alla munizione. Nel romanzo, pubblicato postumo nel 1958, si legge infatti del ritrovamento di un uomo morto «lo hanno trovato morto [...] con dodici lupare nella schiena». In questo caso lupara conserva il significato originario di colpo o carica a pallettoni, piuttosto che indicare direttamente il fucile.[6] L'uso letterario di questi autori è significativo perché testimonia la coesistenza nello stesso periodo storico di entrambi i significati: come munizione e, per estensione, come arma.
Nella cultura e nella cronaca
[modifica | modifica wikitesto]A partire dalla seconda metà del XX secolo, lupara si diffuse al di fuori della Sicilia, entrando progressivamente nell'uso della lingua italiana. La cronaca, la letteratura, il cinema e la televisione contribuirono ad associare il termine alla rappresentazione della mafia siciliana e alla figura del mafioso armato di fucile, favorendone la diffusione nell'immaginario collettivo.[3]
Dalla diffusione del termine nella cronaca deriva anche l'espressione lupara bianca, utilizzata per indicare un omicidio nel quale il corpo della vittima viene fatto sparire; l'espressione non identifica più un particolare tipo di arma o munizione, ma una modalità di occultamento del delitto.[7]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 lupara in Vocabolario, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 28 aprile 2019.
- ↑ Antonino Traina, Nuovo vocabolario siciliano-italiano, Palermo, G.P. Lauriel, 1868. URL consultato il 4 settembre 2026.
- 1 2 3 Lupara: Definizione e significato - Dizionario italiano - Corriere.it, su Corriere della Sera. URL consultato il 4 settembre 2026.
- 1 2 Lupara - Sinonimi - Virgilio Sapere, su sapere.virgilio.it. URL consultato il 4 settembre 2026.
- ↑ Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, 1961.
- ↑ Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, a cura di Giorgio Bassani, Milano, Feltrinelli Editore, 1958.
- ↑ Che significa Lupara bianca - Dizionari Simone Online, su dizionari.simone.it. URL consultato il 4 settembre 2026.
Voci correlate
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