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Indice dei libri proibiti

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Frontespizio dell'edizione del 1564

L'Indice dei libri proibiti (in latino Index librorum prohibitorum) fu l'elenco di pubblicazioni proibite dalla Chiesa cattolica.

Istituito il 30 dicembre 1558 da papa Paolo IV, l'elenco fu periodicamente aggiornato fino alla metà del XX secolo e fu definitivamente soppresso il 15 novembre 1966 dalla Congregazione per la dottrina della fede, che con una notificazione del 14 giugno dello stesso anno precisò come l'Indice non avesse più forza di legge ecclesiastica con le annesse censure, pur conservando il proprio valore morale quale guida per i fedeli.[1]

Dal 1571 al 1917 la compilazione e l'aggiornamento del catalogo dei libri proibiti furono affidati alla Congregazione dell'Indice.[2]

Sin dalle sue origini la lotta della Chiesa contro le eresie comportò la proibizione della lettura o della conservazione di opere ritenute eterodosse. Il primo concilio di Nicea (325) condannò le opere di Ario; papa Anastasio I (399-401) proibì quelle di Origene; nel 405 Innocenzo I redasse un elenco di libri apocrifi, mentre papa Leone I (440-461) vietò i testi manichei.

Il secondo concilio di Nicea (787) stabilì che i libri eretici rinvenuti dovessero essere immediatamente consegnati al vescovo; un concilio riunito nell'868 dispose il rogo delle opere di Fozio; nel 1140 furono condannati gli scritti di Pietro Abelardo e Arnaldo da Brescia, nel 1239 il Talmud e, nel 1327, alcune opere di Francesco Stabili. Un concilio celebrato a Tolosa nel 1229 giunse inoltre a vietare ai laici francesi il possesso di copie della Bibbia, mentre un altro concilio, tenutosi a Tarragona nel 1234, ordinò il rogo delle traduzioni della Bibbia nelle lingue volgari.

Nel XIV secolo esistevano già meccanismi di controllo interno nei monasteri e nelle università, allora i principali luoghi di produzione e circolazione dei libri. In ciascun monastero l'abate vigilava sull'ortodossia delle opere: senza il suo assenso gli amanuensi non potevano iniziare la copia di un manoscritto. Analogamente, le università, per tutelare il proprio prestigio, esaminavano preventivamente gli scritti dei docenti prima della loro diffusione.[2]

L'invenzione della stampa a caratteri mobili nella metà del XV secolo modificò profondamente questo sistema: un'opera, una volta stampata, poteva essere ristampata da qualunque tipografo in qualsiasi città europea, rendendo rapidamente inefficaci i tradizionali strumenti di controllo. Le autorità ecclesiastiche, che inizialmente avevano accolto favorevolmente la nuova tecnologia, iniziarono pertanto a considerarla con crescente preoccupazione.

La Santa Sede fu la prima autorità a intervenire per disciplinare la diffusione delle opere a stampa, con l'intento di impedirne l'utilizzo per la propagazione di dottrine ritenute eretiche. Il primo provvedimento fu un breve emanato da Sisto IV il 17 marzo 1479. Il suo successore Innocenzo VIII, con la costituzione Inter multiplices del 17 novembre 1487, fissò le norme che sarebbero rimaste sostanzialmente in vigore nella Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II. Esse prevedevano:[3]

  • l'obbligo dell'esame previo di tutti gli scritti destinati alla stampa;
  • la concessione dell'imprimatur esclusivamente ai libri non contrari alla religione cattolica;
  • pene spirituali o pecuniarie per coloro che stampavano, vendevano, leggevano o conservavano libri in violazione di tali disposizioni;
  • il rogo dei libri proibiti.[4]

La Santa Sede adottò quindi una serie di provvedimenti per controllare sistematicamente quanto veniva stampato.[5] Per limitare la diffusione delle opere ritenute dannose per i fedeli fu introdotto l'istituto dell'autorizzazione preventiva, imponendo che ogni libro ottenesse una specifica approvazione prima della stampa. Tale compito spettava ai vescovi, mentre nella sola città di Roma era riservato al Maestro del Sacro Palazzo, teologo personale del pontefice.

Le disposizioni di Innocenzo VIII furono confermate dai successori Alessandro VI, con un'omonima bolla Inter multiplices del 1º giugno 1501, e Leone X, che promulgò la bolla Inter Sollicitudines il 4 maggio 1515, recependo il decreto della X sessione del Concilio Lateranense V relativo all'autorizzazione preventiva delle opere a stampa.

Nel 1542 papa Paolo III istituì la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione con la bolla Licet ab initio del 21 luglio, affidandole il compito di «mantenere e difendere l'integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine». Il primo presidente della Congregazione fu il cardinale Giovanni Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV. Divenne quindi necessario predisporre un indice, ossia un elenco ufficiale dei libri da evitare, che fungesse da riferimento per tutta la cristianità cattolica.

Prima della Santa Sede si erano già mosse alcune importanti istituzioni accademiche. La Facoltà di teologia dell'Università di Lovanio pubblicò propri indici nel 1546, 1550 e 1552, mentre l'Università della Sorbona ne pubblicò altri nel 1544, 1545, 1547, 1549, 1551 e 1556.[6]

Negli stessi anni anche alcuni Stati introdussero l'obbligo della licenza di stampa. Nel 1543 il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia affidò agli Esecutori contro la Bestemmia la vigilanza sull'editoria, attribuendo loro il potere di sanzionare chi stampasse senza autorizzazione. Nel 1549, per iniziativa di monsignor Giovanni della Casa, fu pubblicato il Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia, comprendente 149 titoli, per lo più opere considerate eretiche. Il Consiglio dei Dieci vietò la pubblicazione delle opere dei teologi della Riforma protestante, dei principali riformatori italiani rifugiatisi all'estero, quali Bernardino Ochino, Pietro Martire Vermigli e Celio Secondo Curione, dei testi più noti della produzione valdese, nonché dei classici della polemistica antipapale, come gli scritti di Marsilio da Padova e di autori contemporanei residenti in Italia, fra cui Bernardino Tomitano.[6] Analoghe disposizioni sull'autorizzazione preventiva alla stampa furono introdotte anche in altri Stati cattolici, tra cui Francia e Spagna.[2]

Primo Indice (1558)

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Tra i compiti della Santa Inquisizione rientrava anche quello di ispezionare biblioteche pubbliche e private, botteghe di tipografi e librai, nonché chiese e monasteri, al fine di individuare e sequestrare le opere contenenti proposizioni ritenute eretiche.[7] Nel 1554 l'Inquisizione veneziana pubblicò il Cathalogus librorum haereticorum,[8] contenente l'elenco delle opere proibite nella Repubblica di Venezia.

Nel 1555 Gian Pietro Carafa, fondatore del Sant'Uffizio e da poco eletto pontefice con il nome di papa Paolo IV, incaricò i cardinali inquisitori di redigere un Indice ufficiale dei libri proibiti.[9]

Il primo Indice, detto Indice Paolino, fu promulgato con un decreto affisso a Roma il 30 dicembre 1558 e diffuso all'inizio del 1559. Il decreto dell'Inquisizione romana prescriveva, sotto pena di scomunica:

«Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant'Uffizio.»

L'elenco dei libri proibiti (Cathalogus librorum Haereticorum) era suddiviso in tre parti:[9]

  1. autori non cattolici, dei quali erano proibite tutte le opere (circa 600 nomi);[10]
  2. libri, comprendente 126 titoli di 117 autori;
  3. opere anonime, per un totale di 332 titoli.

Al termine dell'elenco erano aggiunte due ulteriori liste. La prima comprendeva 45 edizioni proibite della Bibbia, oltre a tutte le traduzioni nelle lingue volgari, in particolare quelle in tedesco, francese, spagnolo, italiano, inglese e fiammingo. La seconda riportava i nomi di 61 tipografi, prevalentemente svizzeri e tedeschi, dei quali erano proibiti tutti i libri, indipendentemente dall'argomento trattato, dalla lingua o dall'autore, con l'intento di scoraggiare la pubblicazione delle opere dei riformatori protestanti.[7] Venivano inoltre vietate intere categorie di libri, come quelli di magia cerimoniale.

Tra le opere inizialmente proibite figuravano il Talmud, tutte le opere di Luciano di Samosata, di Agrippa di Nettesheim, di Ortensio Lando, di Guglielmo di Ockham, Il Principe di Niccolò Machiavelli, Il Novellino di Masuccio Salernitano, il Decameron di Giovanni Boccaccio e il De Monarchia di Dante Alighieri.

L'ampiezza del provvedimento suscitò immediatamente l'opposizione dei librai e dei tipografi, che lo giudicarono eccessivamente severo. Anche alcuni membri del Collegio cardinalizio espressero dubbi sulla sua efficacia. Lo testimonia una lettera del 27 gennaio 1559 indirizzata all'inquisitore di Genova, nella quale il commissario Michele Ghislieri, futuro papa Pio V, manifestò le proprie riserve circa alcune proibizioni:

«Di prohibire Orlando [Innamorato e Furioso], Orlandino [del Folengo], cento novelle [probabilmente Boccaccio] et simili altri libri più presto daressemo da ridere ch'altrimente, perché simili libri non si leggono come cose a qual si habbi da credere ma come fabule, et come si legono ancor molti libri de gentili [pagani] come Luciano Lucretio et altri simili»

Paolo IV recepì il decreto dell'Inquisizione romana con la bolla Cum ex apostolatus officio, pubblicata il 15 marzo 1559. Il pontefice, già primo presidente della Santa Inquisizione quando era cardinale, affidò alla Congregazione e alla sua rete territoriale l'applicazione delle proibizioni. Fino ad allora il controllo censorio era stato esercitato dai singoli vescovi, ciascuno autonomo nella propria diocesi; con tale provvedimento il potere censorio fu centralizzato e attribuito esclusivamente all'Inquisizione.[2]

Nello stesso 1559 la Santa Sede attenuò parzialmente la rigidità della disciplina censoria mediante l'Instrucio circa Indicem, introducendo l'istituto dell'expurgatio. Le opere di autori cattolici tradotte o curate da eretici potevano infatti essere autorizzate purché fossero eliminate le indicazioni dei curatori e venissero espunte eventuali aggiunte o modifiche da essi introdotte nel testo.[2] La Congregazione dell'Indice invitava quindi l'autore a rivedere l'opera condannata donec corrigatur («[proibita] finché non sia stata corretta»), affinché eliminasse i passi ritenuti erronei o eterodossi.[2]

Indice tridentino (1564)

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Il secondo elenco ufficiale, noto come Indice tridentino o Index librorum prohibitorum a Summo Pontifice, fu predisposto negli anni conclusivi del Concilio di Trento. Accogliendo le indicazioni conciliari, papa Pio IV dispose la revisione dell'Indice paolino e, il 24 marzo 1564, promulgò la costituzione apostolica Dominici gregis custodiae, con la quale approvò il nuovo catalogo e vietò la lettura delle opere in esso comprese.[11]

L'Indice era articolato in due sezioni. La prima conteneva dieci regole generali, destinate a disciplinare la lettura, la detenzione, la stampa e la circolazione delle diverse categorie di libri; la seconda comprendeva l'elenco delle opere e degli autori proscritti.[9] Le regole stabilivano, tra l'altro, il trattamento delle traduzioni bibliche, degli scritti anonimi, delle opere eretiche e dei libri sottoposti a correzione.

Rispetto all'Indice paolino, quello tridentino adottava criteri meno indiscriminati e distingueva più chiaramente tra autori, opere e categorie librarie. Pio IV introdusse inoltre una distinzione tra libri propriamente eretici e opere proibite per altre ragioni: la lettura o il possesso consapevole di queste ultime ricadevano nella giurisdizione ordinaria dei vescovi, mentre i casi di eresia rimanevano sottoposti al Sant'Uffizio.[12]

A differenza del precedente, l'Indice tridentino conobbe una più ampia applicazione nei territori cattolici italiani ed europei. La Spagna, tuttavia, continuò a utilizzare anche gli indici elaborati autonomamente dall'Inquisizione spagnola, che già dal 1559 disponeva di competenze proprie in materia di censura libraria.

Nel 1571 papa Pio V istituì la Congregazione dell'Indice, incaricandola di esaminare le opere sospette, aggiornare periodicamente il catalogo e trasmettere le disposizioni alle sedi locali dell'Inquisizione e alle autorità ecclesiastiche, dalle quali venivano poi comunicate ai tipografi e ai librai.[13]

Accanto all'Indice romano continuarono a circolare anche cataloghi locali. Nel 1580, per esempio, ne fu compilato uno a Parma, nel quale comparivano, tra gli altri, Ludovico Ariosto, Thomas Erastus, Luigi Alamanni, Pietro Bembo, Domenico Burchiello, Matteo Bandello, Giovanni Sabadino degli Arienti, Giovanni Fiorentino, Giovanni Francesco Straparola, Agnolo Firenzuola, Francesco Sansovino, Arnaldo da Brescia, Arnaldo da Villanova, Gerolamo Cardano, Gasparo Contarini, Anton Francesco Doni, Erasmo da Rotterdam, Lattanzio, Olimpia Morata, Ortensio Lando e Simone Porzio.

Dal XVII al XX secolo

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Edizione del 1621 dell'Indice

Accanto all'Indice curato dalla Congregazione dell'Indice continuarono a essere redatti anche elenchi particolari da parte della Santa Inquisizione, sotto i pontefici successivi. Le due istituzioni entrarono talvolta in conflitto circa la rispettiva competenza in materia di censura libraria, così come non mancarono contrasti con alcuni vescovi, i quali rivendicavano le prerogative tradizionalmente esercitate in tale ambito.

Nel 1596, sotto papa Clemente VIII, fu pubblicata una nuova edizione aggiornata dell'Indice, nota come Indice clementino, che integrava l'elenco tridentino con opere già presenti in altri indici europei successivi al 1564. Lo stesso pontefice modificò inoltre la disciplina del donec corrigatur (vedi supra), stabilendo che non fosse più l'autore a dover spontaneamente ritrattare i passi contestati, bensì la Congregazione a offrirgli la possibilità di chiarire o correggere quanto scritto. L'intera procedura doveva svolgersi in forma riservata, a tutela dell'onorabilità dell'autore.[2]

La censura ecclesiastica ebbe rilevanti conseguenze sul piano culturale. Le cosiddette espurgazioni, talvolta neppure dichiarate, potevano alterare profondamente il pensiero originario dell'autore. A partire dal 1616 furono poste all'Indice anche le opere astronomiche di Niccolò Copernico, che vi rimasero fino al XIX secolo inoltrato. Dalla fine del Cinquecento vari scrittori cattolici, come Torquato Tasso, iniziarono ad autodenunciarsi.[senza fonte] Parallelamente, l'attività dei librai divenne sempre più complessa a causa delle autorizzazioni richieste e del rischio di sequestro delle opere.

Le cosiddette patenti di lettura, che in origine avrebbero dovuto essere concesse esclusivamente a studiosi cattolici di provata affidabilità e con validità limitata a tre anni, divennero progressivamente più facili da ottenere e, dalla seconda metà del XVII secolo, furono spesso rilasciate senza limiti di durata.[14]

Dopo la metà del XVII secolo, in diversi Stati europei l'Inquisizione cessò progressivamente di perseguire la semplice detenzione di libri proibiti.[senza fonte]

Nel 1758 papa Benedetto XIV, recependo i principi già espressi nella costituzione Sollicita ac provida del 9 luglio 1753, semplificò le procedure relative alla proibizione dei libri. Contestualmente venne eliminato il divieto di leggere le traduzioni cattoliche della Bibbia dal latino nelle lingue nazionali.

Con la costituzione apostolica Officiorum ac munerum del 25 gennaio 1897, Leone XIII riformò organicamente la disciplina relativa alla censura ecclesiastica dei libri. Le nuove disposizioni confluirono poi nel Codice di diritto canonico del 1917, in particolare nei canoni del titolo XXIII, dedicato alla «Censura preliminare dei libri e al loro divieto». Il Codice stabiliva la pena della scomunica «per coloro che pubblicano libri di apostati, eretici e scismatici, che propugnano l'apostasia, l'eresia e lo scisma, e anche per coloro che difendono o, senza permesso, leggono [...] tali libri o altri libri proibiti nominativamente»; la competenza in materia era riservata alla Santa Sede. Erano inoltre soggetti alla scomunica semplice «autori ed editori che, senza la dovuta licenza, fanno stampare i libri della Sacra Scrittura o note ovvero commenti a essi».[15]

A partire dal 1917 la competenza per la compilazione e l'aggiornamento dell'Indice tornò alla Sacra Congregazione del Sant'Uffizio (denominazione assunta dall'antica Inquisizione nel 1908), che negli anni successivi inserì nell'elenco anche opere di ispirazione fascista (come Il Catechismo del balilla), razzista (Il Razzismo di Giulio Cogni) e nazionalsocialista (fra cui Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg).[16]

Nel corso dei suoi oltre quattro secoli di esistenza l'Indice fu aggiornato almeno venti volte; l'ultima edizione ufficiale fu l'Index additus librorum prohibitorum, pubblicata nel 1959 dalla Tipografia Poliglotta Vaticana. In seguito alle riforme promosse dal Concilio Vaticano II, la Congregazione per la dottrina della fede dispose che l'Indice cessasse di avere valore di legge ecclesiastica. La decisione fu resa pubblica con la notificazione del 14 giugno 1966 e divenne effettiva il 15 novembre dello stesso anno, pur rimanendo l'Indice moralmente impegnativo quale guida per la coscienza dei fedeli.[17]

Secondo il diritto canonico, il controllo ecclesiastico sulle opere a stampa si articolava principalmente in due forme. La prima era preventiva e consisteva nell'esame delle opere destinate alla pubblicazione, con l'eventuale concessione dell'imprimatur ai libri redatti da autori cattolici su materie riguardanti la fede o la morale. La seconda era repressiva e consisteva nella condanna delle opere ritenute idonee a diffondere errori dottrinali o morali; tali libri potevano essere inseriti nell'Indice dei libri proibiti.[2][7][18]

L'Indice non costituiva un catalogo esaustivo di tutte le opere considerate pericolose, bensì uno strumento volto a orientare i fedeli, segnalando gli scritti ritenuti maggiormente nocivi per la fede e i costumi. Accanto ai libri espressamente elencati, il diritto canonico individuava infatti intere categorie di opere proibite anche se non menzionate nominativamente.[2][7]

Nel corso dei suoi oltre quattro secoli di storia vi furono iscritti migliaia di autori e opere appartenenti ai più diversi ambiti del sapere.[19]

Autori inseriti nell'Indice

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Tra gli autori le cui opere furono inserite nell'Indice figurano esponenti della filosofia, della teologia, della scienza, della storiografia e della letteratura.

Ambito Autori
Filosofia e pensiero politico Francesco Bacone, George Berkeley, Cartesio, Thomas Hobbes, David Hume, Immanuel Kant, John Locke, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, Spinoza, Voltaire, Henri Bergson, Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Antonio Rosmini, Piero Martinetti, Antonio Genovesi, Cesare Beccaria, Pietro Verri
Letteratura Honoré de Balzac, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas, Alexandre Dumas (figlio), Gustave Flaubert, Victor Hugo, Jean de La Fontaine, George Sand, Stendhal, Émile Zola, Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Gabriele D'Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Niccolò Machiavelli, Giovan Battista Marino, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo
Scienza Galileo Galilei
Storiografia Francesco Guicciardini, Ferdinand Gregorovius
Teologia e religione Giordano Bruno, Girolamo Savonarola, Ernesto Buonaiuti, Giulio Cesare Vanini, Pietro Giannone, Enea Silvio Piccolomini (per opere anteriori all'elezione al Soglio di Pietro come papa Pio II)
Autori del XX secolo Simone de Beauvoir, Aldo Capitini, Alberto Moravia, André Gide, Jean-Paul Sartre, Alfred Rosenberg

Nel corso della sua storia l'Indice dei libri proibiti fu pubblicato, aggiornato e ristampato in oltre quaranta edizioni ufficiali, nelle quali vennero progressivamente aggiunte, corrette o rimosse opere e autori in relazione all'evoluzione della dottrina, della produzione editoriale e delle decisioni della Santa Sede.[7][15][19]

Tra le principali edizioni si ricordano:

Anno Pontefice Denominazione o caratteristiche
1558 Paolo IV Primo Indice ufficiale (Indice Paolino)
1564 Pio IV Indice tridentino, promulgato con la costituzione Dominici gregis custodiae
1596 Clemente VIII Indice clementino
1607 Paolo V Nuova edizione aggiornata
1663 Alessandro VII Revisione generale dell'Indice
1711 Clemente XI Nuova edizione aggiornata
1758 Benedetto XIV Edizione riformata secondo i criteri della costituzione Sollicita ac provida
1820 Pio VII Nuova edizione
1841 Gregorio XVI Nuova edizione
1851 Pio IX Nuova edizione
1881 Leone XIII Prima edizione del pontificato
1900 Leone XIII Edizione aggiornata
1930 Pio XI Prima edizione successiva al Codice di diritto canonico del 1917
1940 Pio XII Nuova edizione
1948 Pio XII Edizione aggiornata
1959 Giovanni XXIII Ultima edizione ufficiale pubblicata
  1. ↑ Notificazione riguardante l'abolizione dell'Indice dei libri, su Santa Sede, 14 giugno 1966. URL consultato il 6 agosto 2026.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Giorgio Caravale, Libri pericolosi. Censura e cultura italiana in età moderna, Laterza, Bari-Roma, 2022.
  3. ↑ La Costituzione «Inter multiplices». Il Pontefice detta le regole per la pubblicazione dei libri, su chiesaecomunicazione.com. URL consultato il 19 dicembre 2022.
  4. ↑ Il fondamento teologico della pratica del rogo dei libri era individuato nel passo degli Atti degli Apostoli che ricordava l'antica usanza di bruciare i libri ritenuti pericolosi. In Ap19,19, su laparola.net. si narra infatti di come gli Efesini convertiti al cristianesimo bruciarono i propri libri di magia.
  5. ↑ Marco Santoro, Lezioni di Bibliografia, Milano, Editrice Bibliografica, 2012., p. 94.
  6. 1 2 Papa Paolo IV, su treccani.it. URL consultato il 20 agosto 2015.
  7. 1 2 3 4 5 Hubert Wolf, Storia dell'Indice, Donzelli, Roma, 2006.
  8. ↑ (LA) Catalogus Librorum Haereticorum ... inquisitionis Venetiarum, G. J. de Ferraris, 1554. URL consultato il 6 giugno 2024.
  9. 1 2 3 (EN) Alejandro Cifres, Marco Pizzo e Manuela Barbolla, Rari e preziosi. Documenti dell'età moderna e contemporanea dall'archivio del Sant'Uffizio: Catalogo mostra a Roma, Museo Centrale del Risorgimento, Gangemi Editore, 3 gennaio 2016, pp. 138-140, ISBN 978-88-492-9021-9. URL consultato il 6 giugno 2024.
  10. ↑ L'elenco comprendeva non solo opere di teologia, ma anche opere scientifiche e letterarie.
  11. ↑ (LA) Bullarum diplomatum et privilegiorum sanctorum Romanorum pontificum Taurinensis editio, vol. 7, Seb. Franco, 1862, pp. 281-282. URL consultato il 6 giugno 2024.
  12. ↑ Elena Bonora, Conflitti d’autorità tra vescovi, papato e Sant’Ufficio, collana Études et rencontres, Publications de l’École nationale des chartes, 2013, pp. 31-46, ISBN 978-2-35723-112-2. URL consultato il 6 giugno 2024.
  13. ↑ Note sull'Inquisizione, su cartesio-episteme.net. URL consultato il 6 giugno 2024.
  14. ↑ Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura, Il Mulino, Bologna, 1997.
  15. 1 2 Stefano La Colla e Luigi Giambene, Indice, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 27 maggio 2016.
  16. ↑ Armando Torno, E l'Indice additò il Vate, su Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2017. URL consultato il 17 marzo 2022.
  17. ↑ Congregazione dell'Indice e la Chiesa in Italia, su storiadellachiesa.it. URL consultato il 27 maggio 2016.
  18. ↑ Stefano La Colla e Luigi Giambene, Indice, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  19. 1 2 Jesús Martínez de Bujanda, Index Librorum Prohibitorum, 1600-1966, Genève, Droz, 2002.
  • Vittorio Frajese, Nascita dell'Indice. La censura ecclesiastica dal Rinascimento alla Controriforma, Brescia, Morcelliana, 2006.
  • Hubert Wolf, Storia dell'Indice. Il Vaticano e i libri proibiti, Traduzione di Stefano Bacin, Roma, Donzelli, 2006.
  • Censura ecclesiastica in Italia tra Cinquecento e Seicento recensione a due volumi sull'argomento: M. Valente, "Review of Censura ecclesiastica e cultura politica in Italia tra Cinquecento e Seicento. Sesta Giornata Luigi Firpo: atti del Convegno, 5 marzo 1999, a cura di Cristina Stango, Firenze, Olschki, 2001; Church, Censorship and Culture in Early Modern Italy, edited by Gigliola Fragnito, Cambridge, Cambridge University Press, 2001», Cromohs 7 (2002): 1-6
  • M. Dissegna, Italiani all'Indice. Le opere messe all'Indice dei libri proibiti dall'Unità d'Italia in poi, in A. Melloni (a cura di), Cristiani d'Italia. Chiese, società, Stato, 1861-2011, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, vol. II, Roma 2011, pp. 1514-1528.
  • The Book Fools Bunch, Il libro dei libri proibiti, Edizioni Clichy, Firenze, 2019. ISBN 978-88-6799-650-6.
  • Gli Indici dei libri proibiti (1557-1948), in: Davide Canfora (a cura di), La libertà al tempo dell'Inquisizione. Antologia di documenti dal 1252 al 1948, Milano, Teti Editore, 1999, ISBN 978-88-7039-771-0.

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