Campo di lavoro di Malchow
| Campo di lavoro di Malchow campo di lavoro | |
|---|---|
| Stato | |
| Stato attuale | |
| Città | Malchow |
| Coordinate | 53°28′N 12°25′E |
| Attività | 1943-1945 |
| Sottocampo di | Ravensbrück |
| Liberato da | Armata Rossa |
Il campo di lavoro di Malchow (in tedesco Arbeitslager Malchow) è stato un campo di lavoro forzato, di concentramento e di transito nazionalsocialista, situato nei pressi dell'omonima città nel Meclemburgo, operante tra l'inverno del 1943 e il maggio del 1945 come sottocampo del complesso femminile di Ravensbrück.[1][2][3][4]
Struttura e capacità
[modifica | modifica wikitesto]Il complesso concentrazionario di Malchow sorse su un terreno facente parte del campo principale di Ravensbrück, inizialmente occupato da dieci baracche destinate a ospitare gli operai edili. Nell'estate del 1943 l'intera area venne recintata con un'alta recinzione elettrificata. Ciascuna baracca aveva una capienza teorica di circa cento persone, permettendo al campo di ospitare originariamente mille deportate; tuttavia, entro il 1945, la popolazione femminile reclusa crebbe fino a raggiungere le cinquemila unità, provocando un gravissimo sovraffollamento.
Condizioni di vita e lavoro forzato
[modifica | modifica wikitesto]Le condizioni di vita all'interno del campo erano estreme. Le prigioniere venivano costrette a subire l'appello due volte al giorno, rimanendo sull'attenti per ore sotto la stretta sorveglianza delle guardie delle SS e dei loro cani da guardia. Tra le custodi si distinse per brutalità la direttrice del campo Luise Danz, trasferita da Ravensbrück a Malchow; catturata nel 1945, fu processata a Cracovia durante il processo di Auschwitz e condannata all'ergastolo nel 1947, prima di essere liberata per amnistia nel 1957.
All'interno della struttura, le deportate subivano perquisizioni corporali e percosse sistematiche, oltre a punizioni quali l'obbligo di inginocchiarsi su pietrisco affilato. Le razioni alimentari erano del tutto insufficienti; sebbene la popolazione locale di Malchow avesse il divieto assoluto di contattare le recluse, alcuni abitanti cercarono di far pervenire loro dei viveri, ma coloro che vennero scoperti dalla Gestapo o dalle SS furono a loro volta arrestati e internati nel campo.
Oltre alla fame e allo sfinimento, la mortalità fu elevata a causa delle epidemie di tubercolosi e tifo. Le prigioniere venivano impiegate in diverse tipologie di lavoro forzato, tra cui la fabbricazione di mine antiuomo, la bonifica e pulizia delle fabbriche e dell'abitato urbano, la costruzione di canali per l'ospedale cittadino, la manutenzione orticola e la raccolta di ortiche all'interno degli spazi ricreativi per bambini.
Funzione di campo di transito
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso del 1944, con l'evacuazione progressiva dei complessi concentrazionari situati nell'Europa orientale e l'intensificarsi delle marce della morte, Malchow assunse prevalentemente la funzione di campo di transito per i prigionieri provenienti da altre strutture.
Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, il 24 novembre 1944 giunse al campo un contingente di circa mille deportati stremati da settimane di marcia. Da Malchow, diversi gruppi furono successivamente trasferiti verso Wismar e imbarcati su chiatte che vennero poi fatte affondare nel mar Baltico o nei fiumi adiacenti.
Liberazione e superstiti celebri
[modifica | modifica wikitesto]Il campo fu liberato dall'Armata Rossa il 2 maggio 1945, contestualmente alla liberazione del campo madre di Ravensbrück.
Tra i deportati sopravvissuti a Malchow figurano:
- Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica Italiana;
- Hanna Zemer, giornalista israeliana di origine slovacca;
- Berta Berkovich Kohut, scrittrice e superstite della Shoah cecoslovacca, trasferita a Malchow dopo essere sopravvissuta alle sarte di Auschwitz e alla marcia della morte.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Ravensbrück (Germany), su JewishGen, 2015.
- ↑ RAVENSBRÜCK SUBCAMPS, su United States Holocaust Memorial Museum, 20 giugno 2014.
- ↑ Ravensbrück Satellite Camps, su University of Minnesota, 2009.
- ↑ Chuck Ferree, Ravensbruck, su Jewish Virtual Library, 2015.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Museo statunitense dell'Olocausto, su ushmm.org.
- Il cielo sopra l'inferno, su newtoncompton.com.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 123495777 · LCCN (EN) no2003008774 · J9U (EN, HE) 987009620580605171 |
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