BusinessL'era design di Fendi
«È iniziata una nuova era per il nostro arredo», ha detto a MFF Silvia Venturini Fendi, presentando i frutti della collaborazione tra la maison di Lvmh e Cristina Celestino, targata Fendi casa. La prima di una serie di partnership creative
La chiusura di un cerchio che viene simbolicamente rappresentata da una data. L’avvio di un capitolo che porterà all’inizio di una nuova era per il design Fendi & Fendi casa. La presenza della maison di Lvmh al Salone del mobile di Milano con un progetto sviluppato in tandem con il suo storico partner per l’arredo, Luxury living group, sancisce una svolta nel segno del motto Back home.
«Back home è come tornare a casa e ritornare a un punto di partenza, all’anno in cui nacque Fendi casa, il 1987», ha raccontato a MFF Silvia Venturini Fendi, direttore creativo uomo, bambino e accesori donna del marchio, in occasione dell’allestimento creato nello showroom milanese con i pezzi creati dalla designer Cristina Celestino rielaborando l’iconico motivo Pequin che nacque proprio nel 1987. Un nome tutt’altro che nuovo in quanto l’architetto collaborò con Fendi in occasione di Design/Miami nel 2016, sulla scia delle felici partnership con creatori emergenti promossi alla fiera statunitense da dieci anni a questa parte, mai precedentemente sfociati in prodotti destinati alla vendita. Un vero debutto, che proseguirà coinvolgendo altri new names del design, come ha raccontato a MFF la stessa Silvia Venturini Fendi.
Perché lo definisce un cerchio che si chiude?
Dopo dieci anni di Design/Miami e di supporto a giovani artisti senza fini commerciali, abbiamo deciso di avviare una nuova fase di collaborazione, che parte da Cristina Celestino. Abbiamo aperto una nuova pagina, pensiamo che il lifestyle e la casa siano dimensioni importanti in un momento storico in cui è fondamentale raccontare esperienze. Credo che un brand come il nostro sia legittimato a investire su questa sfera di prodotti. Mi piace parlare di contaminazioni e pensare che un marchio che ha 100 anni di storia e codici così forti possa applicarli su più dimensioni.
Come avete lavorato insieme ai vostri partner?
Il rapporto con Luxury living group è stato ottimo. Sono entrati nello spirito del progetto e Cristina ha avuto carta bianca da parte di entrambi.
Come legge questa coincidenza sulla data di nascita?
Abbiamo cominciato a occuparci di arredo proprio dal Pequin, che è nato in un periodo in cui Karl (Lagerfeld, ndr.) era ossessionato dalla Secessione viennese e stava arredando una sua casa con mobili rigati di legno di Jaques-Émile Ruhlmann. Quando veniva a Roma batteva delle aste e si fermava tutto. Per l’arredo ci voleva un logo non logo. Queste righe in chiaroscuro ricordavano un po’ il colore del nostro tessuto zucca, quindi tutto è arrivato in maniera molto naturale. Da questi mobili sono nate poi delle prove di tessuto. È un altro cerchio che si chiude.
Perché Back home?
Back home è come tornare a casa e ritornare a un punto di partenza, all’anno in cui nacque Fendi casa. Quando chiesi a mia mamma perché era stato deciso di sviluppare una linea di arredo, lei mi rispose: «Perché non eravamo mai a casa ed era quindi un modo di portare la casa sul posto di lavoro».
Una sorta di femminismo?
Con un’azienda di donne si sentiva che la parte casalinga mancava. F sta per femminismo non c’è dubbio, era un femminismo molto naturale.
Come vede il rapporto tra moda e design?
Il design italiano è importantissimo, tanto quanto la moda. Milano lo dimostra con questo salone, un punto di riferimento mondiale, ma anche attraverso le sue incredibili architetture. In Italia abbiamo un’abitudine al buon gusto e alla sperimentazione innata su cui dobbiamo investire.
La diverte il design?
Mi piace moltissimo, tanto quanto la moda.

Ma come qualcosa di personale?
Sì. Più che per l’arte io impazzisco davanti al design. Perché c’è l’aspetto funzionale che mi attrae ed è vicino anche al mio concetto di moda, capisco il percorso creativo che c’è dietro. Amo il design, soprattutto quello italiano, di un periodo che va dagli anni 40 agli anni 80, epoca quest’ultima che aveva un che di kitsch, che oggi mi affascina per dare vita a un eclettismo di stili. Qualche esempio? I mobili di Alain Delon o Tomaso Barbi... O ancora Gio Ponti, Carlo Mollino, Carlo Scarpa, Franco Albini o Margherita Sarfatti.
Lei è collezionista?
Non sono collezionista ma se devo comprare qualcosa lo scelgo con cura.
Un pezzo del cuore di Fendi casa?
Ho dei divani nella mia casa di Londra che si chiamano Giulio Cesare, sono semplicissimi e comodissimi, che non cambierò mai. Ci sono cose a cui tengo e che fanno parte dei miei ricordi.
Questo sarà inizio di una nuova era per il design?
Spingeremo sempre di più l’arredo. È una cosa in cui crediamo e che ci dà grande soddisfazione. Non solo facciamo bellissime collezioni ma arrediamo anche dei meravigliosi spazi nel mondo, come le Fendi private suites di Roma.
C’è invece un progetto di Design/Miami che le sta più a cuore?
Sono legata a tutte le opere in maniera speciale. Mi piacerebbe vedere un giorno tutti i progetti riuniti. Prima o poi faremo qualcosa.
Il digitale può influenzate il design come la moda?
Sempre di più si può avere uno sguardo approfondito su quello che succede attraverso il digitale. Oggi si può viaggiare comodamente dal proprio divano, perciò gli interni della casa devono essere sempre più comodi.
Perché ha voluto reinterpretare il Pequin su un set di valige e una speciale Pekaboo?
Adoro e uso i bagagli rigidi per la mia camera dove metto fotografie e documenti. Sono anche belli come arredi. Amo avere questi oggetti all’interno della mia casa.
Il Pequin venne creato da Karl Lagerfeld, come la F del 1983 riproposta su alcuni mobili. Come si sente oggi?
Karl lasciato una testimonianza meravigliosa. Ora dobbiamo andare avanti, come credo che lui vorrebbe. Sarebbe felice di sapere che tutto da Fendi va a vada a gonfie vele.