Camera dei deputati del Regno d'Italia

camera bassa del Parlamento del Regno d'Italia dal 1861 al 1939

La Camera dei deputati del Regno d'Italia fu la camera elettiva del Parlamento del Regno d'Italia e svolse la propria attività dall'VIII alla XXIX legislatura, tra il 1861 e il 1939, in continuità istituzionale con la Camera dei deputati del Regno di Sardegna.[11]

Camera dei deputati del Regno d'Italia
Insegna istituzionale (1890-1927)
La prima aula della Camera a Palazzo Montecitorio, alla fine del XIX secolo
StatoItalia (bandiera) Italia
TipoCamera bassa elettiva del Parlamento del Regno d'Italia
SuddivisioniCommissioni parlamentari
Istituito3 gennaio 1861
daRegio Decreto n. 4570 del 3 gennaio 1861
PredecessoreCamera dei deputati del Regno di Sardegna
Operativo dal18 febbraio 1861[1]
Soppresso2 marzo 1939[2]
daLegge n. 129 del 19 gennaio 1939[3]
SuccessoreCamera dei fasci e delle corporazioni
Presidentevedi elenco
Eletto daCittadini italiani maschi[9]
Numero di membri443 (1861-1866)
493 (1866-ottobre 1870)
507 (ottobre-novembre 1870)
508 (1870-1921)
535 (1921-1929)
400 (1929-1939)[10]
Sede
Indirizzo

Le elezioni per la nuova Camera, disciplinate dalla legge elettorale del 17 dicembre 1860, n. 4513, si svolsero il 27 gennaio e, per i ballottaggi, il 3 febbraio 1861; furono eletti 443 deputati.[1][12] L'VIII legislatura, che proseguì la numerazione delle legislature del Parlamento subalpino, fu inaugurata a Palazzo Carignano il 18 febbraio 1861, quasi un mese prima della proclamazione formale del Regno d'Italia, avvenuta il 17 marzo successivo.[1][13]

In base allo Statuto Albertino, il potere legislativo era esercitato collettivamente dal re, dal Senato del Regno e dalla Camera dei deputati; l'iniziativa legislativa apparteneva al sovrano e a ciascuna delle due Camere, mentre i progetti concernenti tributi, bilanci e conti dello Stato dovevano essere presentati in primo luogo alla Camera.[14] Nel progressivo sviluppo della forma di governo parlamentare la Camera esercitò inoltre funzioni di indirizzo e di controllo sull'operato del Governo.[11]

L'assemblea seguì gli spostamenti della capitale del Regno: ebbe sede a Torino, a Palazzo Carignano, fino al 1865, quindi nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze e, dal 1871, a Palazzo Montecitorio a Roma.[11] Il numero dei deputati aumentò in seguito alle successive acquisizioni territoriali: dai 443 del 1861 passò a 493 dopo l'annessione del Veneto nel 1866 e a 508 dopo l'annessione di Roma; fu portato a 535 nel 1921 e ridotto a 400 con la riforma elettorale fascista del 1928.[10]

Nel corso della sua esistenza il sistema di elezione della Camera mutò più volte: dall'originario suffragio censitario maschile si passò all'ampliamento del corpo elettorale del 1882, al suffragio maschile quasi universale introdotto nel 1912 e a quello universale maschile del primo dopoguerra; al sistema proporzionale adottato nel 1919 seguirono la riforma del 1923 e, nel 1928, il sistema plebiscitario introdotto dal regime fascista.[15]

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 stabilì che la Camera dei deputati fosse soppressa alla fine della XXIX legislatura e sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni.[3] Con regio decreto del 2 marzo 1939 la Camera fu sciolta e il Senato e la nuova assemblea furono convocati per il 23 marzo, data di apertura della XXX legislatura.[2]

Torino e Firenze capitali (1861-1871)

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Le prime elezioni politiche del nuovo Stato unitario si svolsero il 27 gennaio 1861, con i ballottaggi il 3 febbraio, sulla base della legislazione elettorale già vigente nel Regno di Sardegna. Furono chiamati alle urne gli elettori di 443 collegi uninominali; il suffragio era esclusivamente maschile e fortemente censitario, subordinato in via generale al compimento dei venticinque anni, all'alfabetizzazione e al possesso dei requisiti di censo o capacità stabiliti dalla legge.[16][17] Il sistema era maggioritario uninominale a doppio turno e portò all'elezione di 443 deputati.[17]

L'VIII legislatura, che mantenne la numerazione delle precedenti legislature del Parlamento subalpino, fu inaugurata il 18 febbraio 1861 a Palazzo Carignano, a Torino, con il Discorso della Corona pronunciato da Vittorio Emanuele II davanti alle Camere riunite. Si trattò della prima legislatura del Parlamento dell'Italia unita, benché la proclamazione formale del Regno non fosse ancora avvenuta.[13]

Il 21 febbraio il presidente del Consiglio Camillo Benso di Cavour presentò al Senato il disegno di legge con il quale Vittorio Emanuele II avrebbe assunto per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia. Il progetto fu approvato dal Senato il 26 febbraio con 129 voti favorevoli e 2 contrari e, il 14 marzo, dalla Camera dei deputati all'unanimità; fu quindi promulgato il 17 marzo 1861.[13][18]

Porzione dell'aula della Camera nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, nel 1866

Con il trasferimento della capitale del Regno da Torino a Firenze, anche la Camera seguì gli altri organi costituzionali nella nuova capitale. La IX legislatura fu inaugurata il 18 novembre 1865 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, adattato ad aula parlamentare; qui la Camera continuò a riunirsi fino al trasferimento delle istituzioni statali a Roma.[19][20]

Roma capitale (1871-1918)

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Dopo la Presa di Roma e il trasferimento della capitale, per la Camera dei deputati fu scelto Palazzo Montecitorio. Per consentire in tempi rapidi l'insediamento dell'assemblea, l'ingegnere Paolo Comotto progettò un'aula provvisoria all'interno del cortile semicircolare del palazzo. I disegni furono approvati nel febbraio 1871 e la struttura, realizzata prevalentemente in legno e ferro, fu completata nel novembre dello stesso anno.[21] La prima seduta parlamentare nella nuova capitale ebbe luogo il 27 novembre 1871, con il discorso della Corona che inaugurò la sessione parlamentare.[22]

L'aula di Comotto, concepita come sistemazione temporanea, presentò sin dai primi anni numerosi inconvenienti: l'acustica era insufficiente e l'assenza di adeguati sistemi di riscaldamento e ventilazione rendeva l'ambiente molto freddo durante l'inverno e particolarmente caldo nei mesi estivi.[21][23] A tali condizioni climatiche è legata l'origine della tradizionale Cerimonia del ventaglio: nel luglio 1893 i giornalisti della stampa parlamentare offrirono un ventaglio al presidente della Camera Giuseppe Zanardelli, dando origine a una consuetudine successivamente ripetuta ogni anno prima della pausa estiva.[24]

Con il passare del tempo si aggiunsero problemi di sicurezza, legati soprattutto al rischio di incendi e di cedimenti della struttura. Il 22 novembre 1899 l'aula fu dichiarata impraticabile e definitivamente chiusa.[21]

Il banco della Presidenza della Camera nell'aula provvisoria allestita nella Sala della Lupa

In un primo momento i deputati furono trasferiti nella cosiddetta Sala della Lupa, già salone di lettura, le cui dimensioni si rivelarono tuttavia insufficienti. Il 15 maggio 1900 entrò pertanto in funzione una nuova aula provvisoria costruita in piazzetta della Missione, adiacente a Montecitorio, che rimase sede delle sedute dell'assemblea fino al 1918.[21][23]

Nel 1902 fu affidato all'architetto Ernesto Basile l'incarico di ampliare e riorganizzare Palazzo Montecitorio e di realizzare una nuova aula parlamentare permanente. I lavori si protrassero per oltre un decennio e la nuova aula, tuttora utilizzata dalla Camera dei deputati, fu inaugurata il 20 novembre 1918, pochi giorni dopo la conclusione della prima guerra mondiale.[21]

La prima guerra mondiale

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Allo scoppio della prima guerra mondiale l'Italia rimase inizialmente neutrale. Il 26 aprile 1915 il governo Salandra sottoscrisse segretamente il Patto di Londra con le potenze della Triplice Intesa, impegnandosi a entrare nel conflitto entro un mese. In quella fase le posizioni neutraliste erano ancora largamente rappresentate sia nel Paese sia in Parlamento, dove un ruolo centrale era svolto da Giovanni Giolitti.[25]

Il 13 maggio, ritenendo di non disporre di una maggioranza parlamentare favorevole alla propria politica, Antonio Salandra presentò le dimissioni. Dopo il mancato formarsi di un governo alternativo, Vittorio Emanuele III respinse le dimissioni il 16 maggio e Salandra rimase alla guida dell'esecutivo.[25] La crisi politica si svolse nel contesto delle cosiddette Radiose giornate di maggio, caratterizzate da manifestazioni interventiste e neutraliste.[26] Il 14 maggio circa un migliaio di studenti interventisti tentò di irrompere a Montecitorio: i dimostranti raggiunsero l'atrio e l'ufficio postale del palazzo, causando danni, prima di essere respinti dalle forze dell'ordine.[27]

Il 20 maggio Salandra presentò alla Camera un disegno di legge per il conferimento al governo di poteri straordinari in caso di guerra. Il provvedimento, esaminato e votato nella stessa giornata, fu approvato con 407 voti favorevoli, 74 contrari e un'astensione; il giorno seguente ottenne anche l'approvazione del Senato.[25] L'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915.

La Camera dei deputati riunita nell'aula provvisoria in via della Missione durante la seduta di giovedì 27 febbraio 1908

Nel corso del conflitto l'attività della Camera continuò, sebbene una parte considerevole della produzione normativa connessa alla guerra fosse affidata al Governo sulla base dei poteri straordinari. Nel 1916 l'agenda parlamentare comprese soprattutto provvedimenti amministrativi, fiscali e di bilancio e interventi collegati alle conseguenze economiche e sociali della guerra. Attraverso interrogazioni e interpellanze i deputati affrontarono, tra gli altri, i temi dell'impiego dei prigionieri di guerra nei lavori pubblici, delle requisizioni di bestiame e delle agevolazioni di viaggio per i familiari dei militari feriti.[25]

Nel giugno 1917 le Camere furono convocate per discutere l'andamento della guerra. Alla Camera si sviluppò un confronto sulla possibilità di riunirsi in Comitato segreto, cioè senza pubblicità dei lavori, sostenuta da parte dell'assemblea e contrastata in particolare dai socialisti guidati da Filippo Turati. Superate le questioni procedurali relative alla verbalizzazione e alla riservatezza delle sedute, il Comitato segreto della Camera rimase riunito dal 21 al 30 giugno 1917.[25]

Nel 1918, poiché la naturale scadenza della XXIV legislatura avrebbe comportato lo svolgimento delle elezioni mentre una parte considerevole degli elettori si trovava ancora sotto le armi, la durata della legislatura fu eccezionalmente prorogata di un anno. La Camera rimase pertanto in carica fino al 29 settembre 1919; le successive elezioni si svolsero nel novembre dello stesso anno.[25]

Dai partiti di massa al fascismo

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Le elezioni del 1919

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Lo stesso argomento in dettaglio: Elezioni politiche in Italia del 1919.
Composizione della Camera dopo le elezioni politiche del 1919

Le elezioni del 16 novembre 1919 segnarono un'importante trasformazione della rappresentanza parlamentare. Dopo l'introduzione del suffragio universale maschile nel 1918, la nuova legge elettorale del 1919 sostituì il precedente sistema maggioritario con un sistema proporzionale a scrutinio di lista, parzialmente corretto dalla possibilità del panachage.[28]

Il nuovo sistema favorì la crescita dei partiti dotati di organizzazioni nazionali e di una vasta base associativa. Il Partito Socialista Italiano risultò la principale forza della nuova Camera con 156 deputati appartenenti alla componente socialista ufficiale, mentre il neonato Partito Popolare Italiano conquistò 100 seggi.[29] Ne risultò una Camera più frammentata rispetto alle legislature precedenti, nella quale i tradizionali raggruppamenti liberali non disponevano più autonomamente della maggioranza.[30][31]

L'affermazione dei socialisti e dei popolari contribuì inoltre a modificare le modalità di organizzazione dell'attività parlamentare: rispetto ai precedenti raggruppamenti personali e territoriali, i nuovi partiti disponevano di strutture permanenti, organizzazioni periferiche e gruppi parlamentari maggiormente disciplinati.[30]

Il fascismo al potere

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Lo stesso argomento in dettaglio: Marcia su Roma e Discorso del bivacco.

Dopo la marcia su Roma, Vittorio Emanuele III affidò a Benito Mussolini l'incarico di formare il governo. Il 16 novembre 1922 Mussolini presentò il proprio programma alla Camera pronunciando il cosiddetto «discorso del bivacco», nel quale rivendicò il ruolo avuto dal movimento fascista nell'ascesa del nuovo esecutivo e rivolse all'assemblea espressioni apertamente minacciose.[32]

La votazione sulla fiducia ebbe luogo il giorno successivo, 17 novembre: la Camera approvò l'ordine del giorno favorevole al Governo con 306 voti contro 116 e 7 astensioni. Il sostegno all'esecutivo non provenne soltanto dai deputati fascisti, ancora minoritari nell'assemblea eletta nel 1921, ma anche da esponenti e gruppi liberali, nazionalisti e popolari.[32][33]

Nel 1923 il governo promosse una riforma del sistema elettorale. La legge 18 novembre 1923, n. 2444, elaborata dal sottosegretario Giacomo Acerbo, attribuiva i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti, purché avesse raggiunto almeno il 25% dei suffragi; il restante terzo veniva distribuito proporzionalmente tra le altre liste.[34] La Camera approvò il progetto il 21 luglio 1923 con 223 voti favorevoli e 123 contrari; il nuovo sistema fu applicato alle elezioni del 6 aprile 1924.[34][35]

Il delitto Matteotti e la crisi dell'Aventino

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Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti intervenne alla Camera durante la discussione sulla convalida degli eletti denunciando violenze, intimidazioni e irregolarità che, a suo giudizio, avevano compromesso la libertà delle elezioni del precedente 6 aprile; chiese pertanto di non convalidare in blocco i risultati della maggioranza.[36]

Il 10 giugno Matteotti fu sequestrato a Roma mentre si dirigeva verso Montecitorio e fu ucciso da una squadra fascista guidata da Amerigo Dumini. Il corpo fu rinvenuto il 16 agosto dello stesso anno nel bosco della Quartarella, nei pressi di Riano.[37] La scomparsa del deputato provocò una profonda crisi politica e parlamentare; già il 13 giugno il presidente della Camera Alfredo Rocco intervenne in aula sulla vicenda, mentre erano in corso le indagini e i primi arresti.[38]

Il 27 giugno i gruppi di opposizione riuniti nella Sala della Lupa decisero di astenersi dai lavori parlamentari fino al ripristino, secondo le loro richieste, delle condizioni di legalità costituzionale e all'accertamento delle responsabilità politiche per il delitto. La protesta, passata alla storia come Secessione dell'Aventino, lasciò così la maggioranza governativa sostanzialmente priva di opposizione organizzata nell'aula parlamentare.[39]

Il 3 gennaio 1925 Mussolini pronunciò alla Camera un discorso nel quale assunse la «responsabilità politica, morale, storica» del clima nel quale si erano sviluppate le violenze fasciste, respingendo al tempo stesso l'ipotesi di un proprio coinvolgimento diretto nell'omicidio Matteotti.[40] Il discorso è generalmente assunto come uno dei passaggi centrali nella successiva trasformazione autoritaria dell'ordinamento, che fu attuata mediante una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi nel corso del 1925 e del 1926.[37]

La Camera sotto il regime fascista

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Lo stesso argomento in dettaglio: Leggi fascistissime.

Tra il 1925 e il 1926 una serie di interventi normativi modificò profondamente i rapporti tra Parlamento e Governo. La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, sulle attribuzioni e prerogative del Capo del Governo, stabilì che quest'ultimo fosse responsabile verso il re e non politicamente verso le Camere; dispose inoltre che nessun argomento potesse essere inserito nell'ordine del giorno di una delle due Camere senza l'adesione del Capo del Governo.[41] Tali disposizioni ridussero sensibilmente l'autonomia politica e procedurale dell'assemblea nei confronti dell'esecutivo.[10]

Mussolini e il suo governo alla Camera

Nel novembre 1926 la presenza dell'opposizione parlamentare fu ulteriormente eliminata. Dopo l'adozione dei provvedimenti contro i partiti e le associazioni di opposizione, il 9 novembre la Camera approvò la decadenza dal mandato dei deputati aventiniani.[42][39] Parallelamente, la nuova legislazione di pubblica sicurezza consentì lo scioglimento delle organizzazioni ritenute contrarie all'ordinamento politico stabilito dal regime.

Nel 1928 fu introdotto un nuovo sistema di rappresentanza politica. La riforma elettorale sostituì la competizione tra liste con un sistema plebiscitario fondato su un collegio unico nazionale: agli elettori veniva sottoposta per l'approvazione o il rigetto in blocco una lista di 400 candidati. La lista era compilata dal Gran consiglio del fascismo a partire dalle candidature avanzate dalle organizzazioni sindacali e corporative riconosciute e da altri enti e associazioni nazionali, con la possibilità per il Gran consiglio di integrare ulteriormente le designazioni.[34][43] Il sistema fu utilizzato nelle consultazioni del 1929 e del 1934.[28]

La trasformazione dell'assemblea si concluse nel 1939. La legge 19 gennaio 1939, n. 129 dispose che «la Camera dei deputati è soppressa con la fine della XXIX Legislatura» e istituì al suo posto la Camera dei fasci e delle corporazioni.[44] Con la nuova assemblea fu abbandonato il principio dell'elezione dei suoi componenti: i «consiglieri nazionali» ne facevano parte in quanto titolari di determinate cariche nel Partito Nazionale Fascista, nel Consiglio nazionale delle corporazioni e negli organismi indicati dalla legge, mantenendo il seggio per la durata della relativa funzione.[28][45]

La XXIX legislatura terminò il 2 marzo 1939; la Camera dei fasci e delle corporazioni iniziò i propri lavori con l'apertura della XXX legislatura il 23 marzo successivo.

Struttura e funzioni

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Struttura

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L'organizzazione interna della Camera dei deputati del Regno d'Italia derivò direttamente da quella della Camera subalpina. Il primo regolamento della Camera del Regno di Sardegna, approvato l'8 maggio 1848, era stato predisposto sulla base soprattutto del regolamento dell'Assemblea nazionale francese del 1839 e, per alcuni aspetti, di quello della Camera belga del 1831.[46][47] Il regolamento subalpino rimase inizialmente in vigore anche dopo l'unificazione e fu sostituito da un nuovo regolamento approvato nel 1863; seguirono successive riforme nel 1868, 1888, 1900, 1920-1922, 1925, 1930 e 1938.[48]

Presidenza

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All'inizio di ciascuna sessione la Camera procedeva alla propria costituzione. Il regolamento del 1848 prevedeva inizialmente un ufficio provvisorio formato dal deputato più anziano, con funzioni di presidente, e dai quattro deputati più giovani in qualità di segretari. Dopo la verifica dei poteri l'assemblea eleggeva il proprio presidente, due vicepresidenti, quattro segretari e due questori.[49]

Al presidente spettava dirigere le sedute, concedere la parola, formulare le questioni da sottoporre al voto, proclamare il risultato delle deliberazioni, assicurare l'osservanza del regolamento e mantenere l'ordine nell'aula. L'insieme formato dal presidente, dai vicepresidenti, dai segretari e dai questori costituiva l'Ufficio di Presidenza, cui facevano capo anche numerose funzioni relative all'amministrazione interna dell'assemblea.

Uffici e procedimento legislativo

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Per gran parte dell'età liberale la fase preparatoria del procedimento legislativo si fondò sul cosiddetto «sistema degli Uffici». L'assemblea era suddivisa mediante sorteggio in sette Uffici; con il regolamento del 1863 il loro numero fu aumentato a nove.[46] Ciascun Ufficio eleggeva al proprio interno un presidente, un vicepresidente e un segretario ed esaminava i progetti di legge, le proposte e gli emendamenti che gli venivano assegnati.

Per ogni progetto gli Uffici nominavano propri commissari; questi si riunivano successivamente in un Ufficio centrale, che svolgeva l'esame complessivo del provvedimento e designava un relatore incaricato di predisporre la relazione da presentare all'assemblea prima della discussione pubblica.[50]

Il sistema subì tuttavia una temporanea interruzione con il regolamento del 1868. Gli Uffici furono aboliti e sostituiti, per l'esame dei progetti di legge, dalla Camera riunita in «Comitato privato», nell'ambito di una procedura ispirata al sistema delle tre letture; il Comitato nominava una Giunta incaricata di riferire successivamente all'assemblea.[51] L'esperimento fu abbandonato nel 1873 e il sistema degli Uffici venne ripristinato, rimanendo una delle strutture caratteristiche dei lavori della Camera fino alle riforme del XX secolo.

Commissioni e Giunte

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Accanto agli Uffici operarono fin dall'origine specifiche commissioni parlamentari. Il regolamento del 1848 prevedeva due commissioni permanenti, una per le finanze e la contabilità e una per l'agricoltura, l'industria e il commercio, i cui membri erano eletti a scrutinio segreto; era inoltre prevista una Commissione delle petizioni, rinnovata periodicamente, nonché la possibilità di istituire commissioni speciali per l'esame di singoli affari.[46]

Il regolamento del 1863 ampliò il sistema introducendo, tra le altre, una Commissione per gli interessi delle province e dei comuni e una Commissione del bilancio, articolata in sottocommissioni. Nel 1886 fu inoltre istituita una Giunta permanente per il Regolamento, incaricata di esaminare le questioni relative all'interpretazione e alla modifica delle norme interne della Camera.[46]

Un'importante innovazione fu introdotta nel 1868 con l'istituzione della Giunta delle elezioni. In precedenza la verifica dei poteri e della regolarità delle elezioni era svolta attraverso gli stessi Uffici; la nuova Giunta assunse invece funzioni istruttorie di carattere sostanzialmente giudicante, esaminando le elezioni contestate e formulando proposte di convalida o annullamento. La decisione definitiva rimase comunque riservata all'assemblea.[52]

Attività ispettiva

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Accanto al procedimento legislativo si svilupparono progressivamente gli strumenti attraverso i quali i deputati potevano richiedere chiarimenti e spiegazioni al Governo. Il regolamento provvisorio del 1848 non conteneva una disciplina organica delle interrogazioni e delle interpellanze, che venivano inizialmente svolte sulla base della prassi parlamentare.

Le interpellanze furono disciplinate formalmente dal regolamento del 1863: il deputato doveva presentare per iscritto al presidente l'oggetto sul quale intendeva interrogare i ministri. Il regolamento del 1868 disciplinò espressamente anche le interrogazioni, distinguendo così progressivamente i diversi strumenti dell'attività ispettiva.[53]

Votazioni

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Le votazioni potevano svolgersi con diverse modalità previste dallo Statuto e dai regolamenti. La forma ordinaria era il voto per alzata e seduta; nei casi previsti potevano essere utilizzati la divisione dell'aula, l'appello nominale e lo scrutinio segreto. Ai sensi dell'articolo 63 dello Statuto Albertino, il voto finale sui progetti di legge doveva avvenire a scrutinio segreto.[10] Lo scrutinio segreto era inoltre utilizzato per diverse elezioni interne, comprese quelle relative a numerose commissioni.

Funzioni

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La principale funzione della Camera era l'esercizio del potere legislativo. L'articolo 3 dello Statuto Albertino stabiliva che esso fosse esercitato collettivamente dal re e dalle due Camere, il Senato del Regno e la Camera dei deputati.[54] Un progetto approvato in identico testo dai due rami del Parlamento acquistava pertanto efficacia legislativa soltanto dopo la sanzione e la promulgazione del sovrano.

Sotto il profilo strettamente statutario i due rami del Parlamento disponevano di attribuzioni legislative sostanzialmente paritarie. Una specifica prerogativa della Camera elettiva era tuttavia prevista dall'articolo 10 dello Statuto, secondo il quale i progetti di legge relativi all'imposizione di tributi e all'approvazione dei bilanci e dei conti dello Stato dovevano essere presentati anzitutto alla Camera dei deputati.[55] Una volta approvati dalla Camera, tali provvedimenti erano comunque sottoposti anche al Senato e alla sanzione regia.

La Camera disponeva inoltre di strumenti di controllo sull'operato del Governo attraverso interrogazioni, interpellanze, mozioni, ordini del giorno, commissioni d'inchiesta e l'esame dei bilanci. Tale funzione ispettiva si sviluppò in larga misura attraverso la prassi e i regolamenti parlamentari, parallelamente all'evoluzione in senso parlamentare della forma di governo.[56]

Rapporti con il Governo

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Lo Statuto non disciplinava espressamente un rapporto di fiducia parlamentare secondo il modello successivamente formalizzato dalla Costituzione repubblicana. Esso attribuiva al re il potere esecutivo e la nomina e revoca dei ministri, limitandosi a stabilire che questi ultimi fossero «responsabili», senza precisare nel testo una responsabilità politica nei confronti delle Camere.[57]

Già nei primi anni di applicazione dello Statuto si affermò tuttavia per via consuetudinaria il principio secondo il quale un ministero non potesse governare stabilmente contro la maggioranza della Camera elettiva. Nel luglio 1848 il primo governo costituzionale presieduto da Cesare Balbo rassegnò le dimissioni dopo che alcune votazioni avevano mostrato la perdita del sostegno dell'assemblea; episodi analoghi contribuirono progressivamente alla formazione di un rapporto fiduciario non previsto espressamente dalla carta costituzionale.[58]

Durante l'età cavouriana e nei primi decenni del Regno tale prassi si consolidò fino a configurare una forma di governo parlamentare nella quale la permanenza dell'esecutivo dipendeva politicamente soprattutto dal sostegno della Camera dei deputati.[59] La Corona continuò tuttavia a conservare, secondo lo Statuto e secondo la prassi costituzionale, rilevanti attribuzioni nella nomina dei governi e nello scioglimento della Camera, sicché l'evoluzione verso il parlamentarismo non eliminò completamente il ruolo politico del sovrano.

La trasformazione interessò soprattutto la Camera elettiva. Sebbene il Senato conservasse formalmente le medesime attribuzioni legislative e potesse sindacare l'attività del Governo, nella prassi il rapporto fiduciario si concentrò progressivamente sulla Camera dei deputati.[60] Questa asimmetria politica fu riassunta nella formula «il Senato non fa crisi», utilizzata nella prassi parlamentare per indicare che un voto contrario della Camera alta non comportava normalmente le dimissioni del Governo.[61]

Ne risultò una distinzione tra l'assetto formale previsto dallo Statuto, nel quale Senato e Camera partecipavano in posizione sostanzialmente paritaria alla funzione legislativa, e il funzionamento politico del sistema, nel quale la Camera dei deputati acquisì progressivamente una posizione centrale nella formazione e nel mantenimento delle maggioranze governative.

Elezioni e legislature della Camera

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Il diritto di voto

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Lo Statuto Albertino non disciplinava direttamente i requisiti per l'esercizio dell'elettorato attivo. L'articolo 39 si limitava infatti a stabilire che la Camera elettiva fosse composta da deputati scelti dai collegi elettorali «conformemente alla legge», rimettendo quindi alla legislazione ordinaria la determinazione del corpo elettorale e delle modalità di elezione.[62]

La prima disciplina organica fu introdotta nel Regno di Sardegna dal regio decreto 17 marzo 1848, n. 680, noto come Editto Balbo. I suoi principi fondamentali, modificati in alcuni aspetti dalla legislazione del 1859 e del 1860, furono mantenuti anche dopo la nascita del Regno d'Italia.[17] Il sistema originario era fondato sulla combinazione di criteri di censo e di capacità: in via generale l'elettore doveva aver compiuto venticinque anni, saper leggere e scrivere e versare almeno 40 lire annue di imposte dirette. Il requisito censitario era tuttavia ridotto alla metà per alcune categorie e per gli abitanti di determinate aree del Regno, mentre altre categorie considerate dotate di particolare capacità — tra cui membri di accademie, docenti universitari e magistrati inamovibili — potevano essere ammesse al voto indipendentemente dal censo.[62]

L'impostazione del sistema rifletteva la concezione ottocentesca del voto come funzione pubblica da attribuire a cittadini ritenuti sufficientemente indipendenti economicamente e capaci culturalmente. Nel dibattito successivo all'Unità si svilupparono tuttavia posizioni favorevoli all'ampliamento del suffragio. Ebbero particolare influenza anche le riflessioni di John Stuart Mill, che attribuiva alla partecipazione politica una funzione educativa e criticava le restrizioni tali da concentrare il potere elettorale in un unico ceto sociale.[62]

Una prima grande estensione del corpo elettorale fu realizzata con la legge 22 gennaio 1882, n. 593, coordinata con la legge 7 maggio 1882, n. 725 e successivamente raccolta nel testo unico approvato con regio decreto 24 settembre 1882, n. 999. L'età minima fu abbassata a ventuno anni; rimase richiesto il saper leggere e scrivere, ma il requisito censitario fu fortemente ridimensionato e l'istruzione elementare divenne uno dei principali titoli di ammissione al voto.[63] Il numero degli aventi diritto passò così da poco più di 600 000 a oltre due milioni.[62]

La riforma del 1912 ampliò ulteriormente il suffragio. La legge 30 giugno 1912, n. 665, confluita nel testo unico approvato con legge dello stesso giorno n. 666, attribuì il voto senza requisiti di istruzione o censo a tutti i cittadini maschi di almeno trent'anni. Per gli uomini fra ventuno e trent'anni continuarono invece a essere richiesti determinati requisiti di istruzione, censo, capacità oppure l'aver prestato servizio militare.[64] Per questa ragione la riforma viene frequentemente indicata come introduzione di un suffragio maschile «quasi universale».[65]

Il suffragio universale maschile in senso pieno fu raggiunto con la legge 16 dicembre 1918, n. 1985, che riconobbe il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto ventuno anni, oltre ai cittadini di età inferiore che avessero prestato servizio nell'esercito mobilitato durante la prima guerra mondiale.[17]

Facsimile della scheda elettorale del 1924

Nel 1928 il diritto elettorale fu nuovamente ristretto e collegato all'appartenenza a determinate categorie produttive, fiscali o professionali. La contestuale riforma della rappresentanza politica sostituì inoltre la competizione tra liste con un procedimento plebiscitario: gli elettori erano chiamati ad approvare o respingere in blocco una lista nazionale di 400 candidati predisposta secondo il procedimento previsto dalla legislazione fascista.[66] Tale sistema fu applicato nelle consultazioni del 1929 e del 1934 e cessò di avere funzione con la soppressione della Camera elettiva nel 1939.

Periodizzazioni storiografiche

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Nella letteratura giuridica sono state proposte diverse periodizzazioni dell'evoluzione del sistema elettorale statutario. Secondo la classificazione di Giuseppe Schepis, fondata principalmente sull'estensione del corpo elettorale, si possono distinguere quattro fasi:[62]

  • suffragio censitario (1848-1881), caratterizzato da una forte selezione degli elettori sulla base del censo e della capacità;
  • suffragio misto (1882-1911), nel quale ai requisiti economici si affiancò con maggiore rilievo il criterio della capacità culturale;
  • suffragio universale maschile (1913-1924), secondo la denominazione adottata da Schepis per la fase aperta dalla riforma del 1912;
  • suffragio universale dal 1946, con l'estensione del voto anche alle donne.

Gianfranco Ciaurro, adottando invece come criterio principale l'evoluzione dei sistemi elettorali, distinse sei fasi:[62]

  • 1848-1882: suffragio ristretto e sistema maggioritario uninominale;
  • 1882-1891: suffragio allargato e sistema maggioritario con scrutinio di lista in collegi plurinominali;
  • 1892-1912: ritorno al sistema maggioritario uninominale e progressivo ampliamento dell'elettorato;
  • 1919-1923: introduzione del sistema proporzionale con scrutinio di lista;
  • 1924: sistema proporzionale corretto da un forte premio di maggioranza introdotto dalla Legge Acerbo;
  • 1928-1939: sistema plebiscitario a lista unica e, infine, abolizione delle elezioni politiche con l'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni.

Leggi elettorali

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Nel corso dell'età statutaria la disciplina dell'elezione della Camera fu modificata ripetutamente. Tra i principali provvedimenti applicati alle elezioni politiche figurano:[17]

  • decreto 17 dicembre 1860, n. 4513, che coordinò la legislazione precedente e regolò le elezioni generali dal 1861 al 1880;
  • legge 22 gennaio 1882, n. 593 e legge 7 maggio 1882, n. 725, coordinate nel regio decreto 24 settembre 1882, n. 999, che introdussero l'allargamento del suffragio e lo scrutinio di lista nei collegi plurinominali, applicato alle elezioni del 1882, 1886 e 1890;[63]
  • legge 5 maggio 1891, n. 210, che abolì lo scrutinio di lista e ripristinò il collegio uninominale; la disciplina fu successivamente modificata dalla legge 28 giugno 1892, n. 315 e coordinata nel testo unico 28 marzo 1895, n. 83;[67]
  • legge 30 giugno 1912, n. 666, seguita dalle modifiche del 1913 e dal testo unico 26 giugno 1913, n. 821, applicata alle elezioni del 1913;[64]
  • legge 16 dicembre 1918, n. 1985, relativa all'estensione dell'elettorato, e legge 15 agosto 1919, n. 1401, coordinate nel testo unico 2 settembre 1919, n. 1495, che introdussero il sistema proporzionale utilizzato nel 1919 e nel 1921;
  • legge 18 novembre 1923, n. 2444, coordinata nel testo unico 13 dicembre 1923, n. 2694, applicata alle elezioni del 1924;
  • legge 15 febbraio 1925, n. 122, che modificò il testo unico del 1923 ma non fu mai applicata a un'elezione generale;[68]
  • legge 17 maggio 1928, n. 1019, coordinata nel testo unico 2 settembre 1928, n. 1993, che introdusse il sistema plebiscitario applicato nelle consultazioni del 1929 e del 1934;
  • legge 19 gennaio 1939, n. 129, che abolì il carattere elettivo della Camera sostituendola con la Camera dei fasci e delle corporazioni.

Elezioni e legislature

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Dalla costituzione del Regno d'Italia alla soppressione della Camera si tennero ventidue elezioni generali. Fino al 1880 le consultazioni si svolsero con il sistema maggioritario uninominale a doppio turno; tra il 1882 e il 1890 fu utilizzato lo scrutinio di lista in collegi plurinominali, seguito dal ritorno all'uninominale dal 1892 al 1913. Nel 1919 e nel 1921 fu utilizzato il sistema proporzionale, nel 1924 la legge Acerbo e, nel 1929 e nel 1934, il sistema plebiscitario fascista.[69]

Elezioni Data del primo scrutinio Legislatura Deputati da eleggere Affluenza Sistema / normativa principale
1861 27 gennaio 1861 VIII 443 57,2% Maggioritario uninominale a doppio turno
Legge elettorale italiana del 1860
1865 22 ottobre 1865 IX 443[70] 53,9%
1867 10 marzo 1867 X 493 51,8%
1870 20 novembre 1870 XI 508 45,5%
1874 8 novembre 1874 XII 508 55,7%
1876 5 novembre 1876 XIII 508 59,2%
1880 16 maggio 1880 XIV 508 59,4%
1882 29 ottobre 1882 XV 508 60,7% Maggioritario plurinominale con scrutinio di lista
R.d. 24 settembre 1882, n. 999
1886 23 maggio 1886 XVI 508 58,5%
1890 23 novembre 1890 XVII 508 53,7%
1892 6 novembre 1892 XVIII 508 55,8% Maggioritario uninominale a doppio turno
legge 5 maggio 1891, n. 210 e successive modificazioni
1895 26 maggio 1895 XIX 508 59,25%
1897 21 marzo 1897 XX 508 58,54%
1900 3 giugno 1900 XXI 508 58,28%
1904 6 novembre 1904 XXII 508 62,72%
1909 7 marzo 1909 XXIII 508 64,96%
1913 26 ottobre 1913 XXIV 508 60,41% Maggioritario uninominale a doppio turno
Legge elettorale italiana del 1912
1919 16 novembre 1919 XXV 508 56,58% Proporzionale con scrutinio di lista
Legge elettorale italiana del 1919
1921 15 maggio 1921 XXVI 535 58,39%
1924 6 aprile 1924 XXVII 535 63,78% Premio di maggioranza
Legge Acerbo
1929 24 marzo 1929 XXVIII 400 89,86% Sistema plebiscitario
Legge elettorale italiana del 1928
1934 25 marzo 1934 XXIX 96,46%

Le percentuali di affluenza si riferiscono alla partecipazione al primo scrutinio o, per le consultazioni plebiscitarie del 1929 e del 1934, all'unica votazione nazionale. Fonte principale: Istituto centrale di statistica e Ministero per la Costituente, Compendio delle statistiche elettorali italiane dal 1848 al 1934.[71]

Presidenti

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  1. 1 2 3 1861-2011. 150º anniversario dell'Unità d'Italia. Apertura della sessione parlamentare del 1861 (PDF), su camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  2. 1 2 Senato del Regno – XXX legislatura, seduta del 17 aprile 1939 (PDF), su senato.it, Senato della Repubblica. URL consultato il 24 settembre 2026.
  3. 1 2 Legge 19 gennaio 1939, n. 129 – Istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  4. ↑ Maggioritario: uninominale a doppio turno (1848-1880), su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  5. ↑ Legge 22 gennaio 1882, n. 593, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  6. ↑ Legge 30 giugno 1912, n. 666 – Testo unico della legge elettorale politica, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  7. ↑ Proporzionale (1919-1921), su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  8. ↑ Legge 17 maggio 1928, n. 1019 – Riforma della rappresentanza politica, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  9. ↑
    • ≥ 25 anni, alfabetizzati e con il requisito di censo previsto dalla legge, salve le categorie esentate dal requisito censitario[4] (1861-1882)
    • ≥ 21 anni, alfabetizzati oppure in possesso degli ulteriori requisiti di censo o capacità stabiliti dalla legge[5] (1882-1912)
    • ≥ 30 anni senza requisiti di censo o istruzione; tra 21 e 30 anni in presenza dei requisiti di capacità, censo, istruzione o servizio militare previsti dalla legge[6] (1912-1919)
    • ≥ 21 anni, oltre ai cittadini di età inferiore che avessero acquisito il diritto elettorale per il servizio militare prestato durante la guerra[7] (1919-1928)
    • ≥ 21 anni e, tra i 18 e i 21 anni, gli ammogliati con prole, purché appartenenti ad almeno una delle categorie di elettori stabilite dalla legge[8] (1928-1939)
  10. 1 2 3 4 Camera, su Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 24 settembre 2026.
  11. 1 2 3 SIUSA - Camera dei deputati del Regno d’Italia, su siusa-archivi.cultura.gov.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  12. ↑ Leggi elettorali, su Portale storico della Camera dei deputati, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  13. 1 2 3 L'Italia è Una – 17 marzo, su Senato della Repubblica. URL consultato il 24 settembre 2026.
  14. ↑ Statuto Albertino, su Wikisource. URL consultato il 24 settembre 2026.
  15. ↑ Legislature e sistemi elettorali, su Portale storico della Camera dei deputati, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  16. ↑ Il primo parlamento italiano del Regno d'Italia a Torino, su fattiperlastoria.it, 17 febbraio 2020. URL consultato il 17 agosto 2025.
  17. 1 2 3 4 5 Leggi elettorali, su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  18. ↑ Portale storico della Presidenza della Repubblica, su archivio.quirinale.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  19. ↑ Redazione, Firenze regina d’Italia e culla della democrazia, su Il Punto Quotidiano. URL consultato il 23 settembre 2026.
  20. ↑ Discorso della Corona ed indirizzo in risposta, su Portale storico della Camera dei deputati, 18 novembre 1865. URL consultato il 24 settembre 2026.
  21. 1 2 3 4 5 Aula | visita.camera.it, su visita.camera.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  22. ↑ 1871-2021. Centocinquantenario della prima seduta a Palazzo Montecitorio in Roma Capitale (PDF), su visita.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  23. 1 2 Antonella Pagliarulo, » Giornalisti e deputati a Montecitorio, dall’aula Comotto all’aula Basile, su regesta.com. URL consultato il 23 settembre 2026.
  24. ↑ Pubblicazioni dell'Archivio storico – Il ventaglio (1893-1993), su Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  25. 1 2 3 4 5 6 1915-1918. Il Parlamento e la guerra | Senato della Repubblica, su www.senato.it. URL consultato il 23 settembre 2026 (archiviato dall'url originale il 5 ottobre 2025).
  26. ↑ Archivi in Toscana: Le "radiose giornate di maggio" e l'entrata in guerra dell'Italia, su www.archivitoscana.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  27. ↑ La neutralità 1914-1915. La situazione diplomatica, socio-politica, economica e militare italiana, su musei.difesa.it, Ministero della difesa. URL consultato il 24 settembre 2026.
  28. 1 2 3 Legislature e sistemi elettorali, su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  29. ↑ Compendio delle statistiche elettorali italiane dal 1848 al 1934 (PDF), su legislature.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  30. 1 2 Le elezioni del 1919. Alle origini del sistema politico dell'Italia contemporanea | Dipartimento di Scienze politiche e sociali, su www.dsps.unict.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  31. ↑ L’affermazione dei partiti di massa, su Memorie dal Popolo. URL consultato il 23 settembre 2026.
  32. 1 2 Nonostante le minacce, dopo la marcia Mussolini ottiene la fiducia del Parlamento (a votarla anche De Gasperi), su il Dolomiti, 13 novembre 2022. URL consultato il 23 settembre 2026.
  33. ↑ Tornata di venerdì 17 novembre 1922 (PDF), su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  34. 1 2 3 Il periodo fascista, su Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  35. ↑ Sandro Russo, Lezioni dalla Storia: l’ascesa al potere di Benito Mussolini (3) - Ponza Racconta, su www.ponzaracconta.it, 29 luglio 2018. URL consultato il 23 settembre 2026.
  36. ↑ Tornata del 30 maggio 1924 (PDF), su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  37. 1 2 Il delitto Matteotti | Storia | Rai Scuola, su www.raiscuola.rai.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  38. ↑ Tornata di venerdì 13 giugno 1924 (PDF), su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  39. 1 2 Secessione dell’Aventino: cos’è e cosa accadde dopo, su sapere.it. URL consultato il 24 settembre 2026.
  40. ↑ Tornata di sabato 3 gennaio 1925 (PDF), su Archivio storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  41. ↑ Legge 24 dicembre 1925, n. 2263 – Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  42. ↑ Tornata di martedì 9 novembre 1926 (PDF), su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  43. ↑ CAPITOLO 8 - Il regime fascista in Italia, su mydbook.olhos.it, 2023. URL consultato il 23 settembre 2026.
  44. ↑ Legge 19 gennaio 1939, n. 129 – Istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  45. ↑ Camera dei fasci e delle corporazioni, Roma (1939 - 1943), su archivi.unifi.it. URL consultato il 23 settembre 2026.
  46. 1 2 3 4 Storia dei regolamenti parlamentari dal 1848, su bpr.camera.it. URL consultato il 24 settembre 2026.
  47. ↑ SIUSA - Camera dei deputati del Regno di Sardegna, su SIUSA, Ministero della cultura. URL consultato il 24 settembre 2026.
  48. ↑ Regolamenti, su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  49. ↑ Regolamento della Camera dei deputati del 1848 – Presidente, su Archivio storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  50. ↑ Guida ai fondi dell'Archivio storico della Camera dei deputati (PDF), su archivio.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  51. ↑ Il regolamento della Camera dei deputati dal 1900 al 1922, su Bibliografia del Parlamento italiano, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  52. ↑ Camera dei deputati: Giunta delle elezioni – La verifica dei poteri, su Bibliografia del Parlamento italiano, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  53. ↑ Guida ai fondi dell'Archivio storico della Camera dei deputati (PDF), su archivio.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  54. ↑ La storia del Senato, su senato.it. URL consultato il 24 settembre 2026.
  55. ↑ Il primo Parlamento italiano nelle collezioni della Biblioteca della Camera dei deputati (PDF), su biblioteca.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  56. ↑ Guida ai fondi dell'Archivio storico della Camera dei deputati (PDF), su archivio.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  57. ↑ Il primo Parlamento italiano nelle collezioni della Biblioteca della Camera dei deputati (PDF), su biblioteca.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  58. ↑ La Camera dei deputati dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana, su Bibliografia del Parlamento italiano, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  59. ↑ Giulio Negri, La Camera dei deputati dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana, su www.yumpu.com. URL consultato il 24 settembre 2026.
  60. ↑ Francesca Ferroni, Il Senato come camera di rappresentanza territoriale (PDF), su amsdottorato.unibo.it. URL consultato il 24 settembre 2024.
  61. ↑ Assemblea Costituente, Seconda Sottocommissione, seduta del 4 settembre 1946 (PDF), su legislature.camera.it, Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  62. 1 2 3 4 5 6 Giovanni Giannotti, Il diritto di voto dal suffragio censitario al suffragio allargato nell’età statutaria, su Rivista AIC, 24 aprile 2026. URL consultato il 23 settembre 2026.
  63. 1 2 Regio decreto 24 settembre 1882, n. 999 – Testo unico della legge elettorale politica, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  64. 1 2 Legge 30 giugno 1912, n. 666 – Nuovo testo unico della legge elettorale politica, su Normattiva. URL consultato il 24 settembre 2026.
  65. ↑ XXIII legislatura del Regno d'Italia, su Senato della Repubblica. URL consultato il 24 settembre 2026.
  66. ↑ XXVII legislatura del Regno d'Italia, su Senato della Repubblica. URL consultato il 24 settembre 2026.
  67. ↑ Istituto centrale di statistica e Ministero per la Costituente, Compendio delle statistiche elettorali italiane dal 1848 al 1934 (PDF), I, Roma, 1946. URL consultato il 24 settembre 2026.
  68. ↑ Legge 15 febbraio 1925, n. 122 – Modificazioni al testo unico della legge elettorale politica (PDF), su Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia. URL consultato il 24 settembre 2026.
  69. ↑ Legislature e sistemi elettorali, su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 24 settembre 2026.
  70. ↑ Nel 1866, in seguito all'annessione del Veneto e dei distretti mantovani, furono istituiti altri 50 collegi, portando a 493 il numero dei seggi durante la IX legislatura.
  71. ↑ Istituto centrale di statistica e Ministero per la Costituente, Compendio delle statistiche elettorali italiane dal 1848 al 1934 (PDF), I, Roma, 1946. URL consultato il 24 settembre 2026.

Bibliografia

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  • Augusto Barbera e Carlo Fusaro, Corso di diritto pubblico, Bologna, Il Mulino, 2006, ISBN 978-88-15-11334-4.
  • Carlo Ghisalberti, Storia costituzionale d'Italia. 1848-1948, 7ª, Roma-Bari, Laterza, 1989.
  • Mario Riberi, La creazione giuridica del Regno d'Italia, Torino, Giappichelli, 2020, ISBN 978-88-921-2123-2.

Voci correlate

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